IL NUOVO LIBRO DI ARMANDO ZOFF

Assalto al Limite

# Il Ritiro dal Mondo

di Armando Zoff (Jivan Sahi)

Assalto al Limite è un libro che si situa a metà strada fra saggio e diario intimo, e che mostra le insidie, gli inganni e le manipolazioni che possono annidarsi nelle nostre relazioni più intime. L’Autore spiega come sia la nostra incapacità a stare bene anche da soli che ci porta ad accettare insani compromessi in tali ambiti.
Finché non avremo raggiunto un equilibrio interiore che non dipenda dal mondo esterno, le relazioni sentimentali e d’amicizia conterranno inevitabilmente i codici della dipendenza affettiva, con tutte le conseguenze del caso.

Dice Armando Zoff: “Quando supererai i tuoi attaccamenti, infine sazio/a e bastante a te stesso/a, vedrai gli altri come davvero sono, e non come avevi bisogno di vederli per giustificare le tue storture e il tuo stesso esistere. Approderai così ad un nuovo livello di maturità e libertà: libertà dagli altri e dalle follie della società dei bisogni indotti, libertà dalla tua mente egoica, libertà dai capricci e dalle pretese infantili del tuo bambino interiore.


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Armando Zoff (Jivan Sahi)

Armando Zoff nasce a Cesenatico nel 1962.
A vent’anni fugge dal suo borgo natio e vive appassionanti esperienze attorno al mondo. I lunghi periodi vissuti a Parigi, in Thailandia e tanti altri luoghi sono il grande serbatoio a cui attinge nella sua attività di scrittore: anni in cui la sua vita errabonda si è fusa con una marea di individui e situazioni, formando un capitale esperienziale unico.
Appassionato di misticismo, spiritualità, psicologia del profondo, ha partecipato a decine di corsi di formazione e seminari in tali ambiti, e per sei intensissimi anni è stato allievo di una eccezionale insegnante di psico-spiritualità. Questo grande corpo di sapienze ricevute, fuso con gli incontri di migliaia di persone e le loro confessioni più profonde, lo hanno portato ad inglobare nella sua coscienza le infinite modalità di funzionamento della mente umana e i tanti modi con cui possiamo superare noi stessi e i nostri limiti.
Oggi Armando è uno scrittore che dona la sua anima al mondo. Le sue opere sono memoir esistenziali intrisi di erotismo, misticismo, spiritualità e psicologia del profondo, ma contengono anche riflessioni sociologiche e politiche, perché la trasformazione interiore e la ribellione nei confronti della società dei bisogni indotti, passano attraverso tante vie, di cui nessuna esclude l’altra. Opere autobiografie senza veli che scardinano il senso comune di percepire le cose e mirano alla meta più grande dell’essere umano: la libertà di essere sé stessi.
Ha fondato e conduce la casa editrice Alto Voltaggio. E’ un facilitatore esperto nella relazione d’aiuto e nei percorsi di consapevolezza, e svolge consulenze individuali e di gruppo, sia di persona che online.

Leggi alcuni estratti del libro Assalto al Limite

La Prefazione

Prefazione di Daniele Grieco

In un pellegrinaggio, come sanno bene coloro che almeno una volta nella vita ne hanno fatto esperienza, a Santiago, sulla via Francigena o anche solo di pochi giorni, non contano i chilometri percorsi o la destinazione, quanto piuttosto quello verso cui ci si apre lungo la strada.

Essere pellegrini è svestire i propri panni per sperimentare, semplicemente, vivendo nel presente, e scoprire ciò che è già in noi, ben nascosto sotto tanti strati.

Quella che il lettore si accinge a fare non è solo una lettura, è un viaggio dentro sé stessi. Lo farà accompagnato dalla guida sapiente di Armando Zoff che, come un moderno Virgilio, gli mostrerà non solo gli abissi infernali e le vette celestiali dei vari personaggi reali che ha incrociato nella sua vita, ma soprattutto come questi accadimenti hanno agito sulla sua esistenza.

Già dal suo titolo, il libro propone una risposta ad una delle domande esistenziali dell’Uomo: i limiti vanno superati o accettati? Armando ritiene che i nostri limiti egotici, ben camuffati dalle nostre presunte virtù morali, debbano essere innanzitutto smascherati, ponendosi come lui dice “a teatro di sé stessi”, e illuminati, concedendosi tutta la nostra possibile misericordia. Per Armando va abbattuto ogni possibile muro posto contro la libera espressione dei nostri sentimenti, anche quelli più erotici, attraversando con decisione quelli che Adolf Guggenbühl-Craig descrive come “i deserti dell’anima”.

Chiariamo un possibile fraintendimento: non siamo di fronte ad un libro di psicologia, o almeno non nella sua accezione di disciplina di riflessione sociale o terapeutica.

Come scriveva James Hillman “di tutti i peccati della psicologia, il più mortale è la sua indifferenza per la bellezza. Una vita, in fondo, è una cosa bella. Ma, leggendo i libri di psicologia, non lo si immaginerebbe mai”. Armando, ispirato anche dal suo grande amore per la natura, si inoltra con coraggio in boschi dell’anima inaccessibili, seguendo sentieri impervi, proprio alla ricerca della sorgente della bellezza. Mi viene in mente un sentiero faticoso che ho percorso fino a raggiungere le sorgenti dell’Arno, un luogo semplice e meraviglioso, icona di come una piccola pozza nel suo distendersi nella terra degli uomini ha contribuito ad ispirare, nel Rinascimento, una bellezza fatta di arte e creatività che sfida i secoli e lascia senza fiato. Armando non porta con sé un GPS che indichi la direzione, tiene per sé il privilegio della scelta da compiere nel qui e ora, e di fronte a due strade che divergono, se proprio deve usare un criterio, usa quello narrato da Robert Frost in “The Road Not Taken”: “Io presi la meno battuta, e di qui tutta la differenza è venuta”. Non c’è mai un’opzione unica, e dobbiamo pacificarci col fatto che qualcosa si perderà, e rimarrà indietro comunque.

C’è un “fuoco” da riaccendere dentro di noi, e per aiutarci a farlo Armando condivide con noi la sua etica individuale fondata sulla fiducia in sé stessi e sulla messa in discussione dei valori tradizionali, pur mantenendo saldo il rispetto per la vita e l’esistenza. Prendendo a prestito le parole di Ralph Waldo Emerson nel suo discorso alla Harvard Divinity School, Armando gusta a fondo “il respiro della vita, che non è la dottrina dell’anima, ma un’esagerazione del personale, del positivo, del rituale”, e ci sollecita a “rifiutare i buoni modelli, perfino quelli che sono sacri nell’immaginazione degli uomini” per fare tutto quello che possiamo “per riaccendere il fuoco nascosto, quasi spento sull’altare”.

Non leggerete un libro “comodo”, da divano, per intenzione esplicita dell’Autore. Solo la fatica, il disagio e la pressione ci offrono veramente l’opportunità di crescere, come magistralmente rappresentato da Abraham J. Twerski nella sua parabola dell’aragosta: “L’aragosta è un animale soffice, molle, che vive all’interno di un guscio rigido che non si espande. Allora, come fa l’animale a crescere? Beh, con la crescita dell’aragosta, quel guscio diventa estremamente limitante e l’aragosta si sente sotto pressione, a disagio. Così si nasconde sotto una roccia, per proteggersi dai pesci predatori, si libera dal guscio e ne produce uno nuovo. Con il tempo e con la crescita anche questo guscio diventa scomodo, così torna sotto la roccia e ripete. L’aragosta ripete questo processo più volte. Lo stimolo che permette all’aragosta di crescere nasce da una sensazione di disagio. Ora, se le aragoste avessero dei dottori, non crescerebbero più, perché al primo segnale di disagio l’aragosta andrebbe dal dottore a prendersi un Valium o un antidolorifico e si sentirebbe bene: non si libererebbe mai del proprio guscio. Quindi, è ora di capire che i momenti difficili sono anche i momenti di crescita maggiore, che non fanno altro che aiutarci; se mettiamo a buon uso le avversità, possiamo crescere grazie a esse”.

Mi sento di sottolineare alcuni spigoli che si presenteranno nella lettura e che, se dovessero essere urtati, non devono far fermare alle apparenze.

Per esplicita intenzione dell’autore, gli episodi sono narrati con dovizia maniacale di particolari.

Invito a tenere bene a mente quanto superficiale si sia poi rivelato il parere negativo con cui il revisore della casa editrice Ollendorf apostrofò il dattiloscritto de “Alla ricerca del tempo perduto” di Marcel Proust: “Sarò particolarmente tonto, ma non riesco a capire come questo signore possa impiegare trenta pagine a descrivere come si gira e si rigira nel letto prima di prendere sonno”.

La sfida è cogliere la vera differenza che, a mio avviso, c’è tra una narrazione autobiografica e un memoir: Armando è incurante di un perbenistico equilibrio tra dimensione privata e riflessione pubblica, non ha nessuna remora a raccontare i cazzi propri, e tramuta con orgoglio la sua urgenza di vivere in caratteri di stampa, con la stessa forza di cui parla Witold Gombrowicz in “Kronos”: “Debbo spiegare me stesso per quel tanto che posso e finché posso. Latente, esiste in me la convinzione che non sia completo lo scrittore il quale non sa scrivere di sé stesso”. Non c’è nessun esibizionismo fine a se stesso, né il prestare il fianco al voyeurismo: è la cifra artistica di Armando, che lui esprime con assoluta serenità, esattamente come la racconta Walt Whitman in “Foglie d’erba”: “Esisto come sono, e tanto mi basta. Se nessuno al mondo lo sa, me ne resto tranquillo. Se ognuno e tutti lo sanno me ne resto tranquillo. Un mondo almeno lo sa, e di gran lungi il più vasto per me, e cioè il mio”.

Un secondo punto esclamativo su un cartello a triangolo con bordo rosso che il lettore deve tener presente sul suo cammino è il linguaggio. Come in tutti i suoi libri, anche in questo Armando è volontariamente senza filtri. Posso certificare però, avendo assistito al lunghissimo processo di revisione del testo, che tutte le parole “forti” utilizzate sono offerte in modo attento e “gratuito”, nel senso letterale di “concesse liberamente per procurare vantaggio all’altro” e non certo nel senso figurato di “privo di fondamento”. Si potrebbe aprire una dotta disquisizione sulla semiologia e sulla semiotica moderna, e di come oggi assistiamo di fatto al completo “sdoganamento” di molti termini, ma in questo caso ci muoviamo su un piano molto più essenziale, quello dell’utilizzo consapevole di espressioni che vogliono contribuire ad abbattere i veli dell’ipocrisia e scardinare le gabbie imposte da quello che Armando chiama “il castigatore che infesta la nostra psiche”. Come dice un altro scrittore “eretico” dei nostri tempi, Mauro Corona, “Le parole sono pallottole e occorre sparare bene. Polso fermo e mira sicura, prima di premere il grilletto. C’è il rischio che rimbalzino a colpire chi impugna l’arma. Peggio ancora chi staziona nei dintorni. Escono da canne di revolver umani, armi pulite, lubrificate da sapienza, esperienza e saggezza. In pratica, levigate dalla vita”. Armando lo sa bene e rigo per rigo non lascia niente al caso e prende sapientemente la mira.

Infine un inciso sulla lettura che Armando fa di molte delle questioni “spinose” dell’attualità, alcune delle quali non ho problemi a dire che trovo lontane dalla mia sensibilità. Armando non è persona che resta “equidistante”, non è nella sua natura, non gli appartiene una moderazione artificiale; ma conoscendolo e ascoltandolo con attenzione, le sue posizioni, anche quelle più forti, sono genuinamente accompagnate dal beneficio del dubbio, virtù ormai rara ai nostri tempi. Vero è che la polarizzazione delle idee corre inevitabilmente il rischio di trasformarsi in un randello che colpisce indiscriminatamente, ed è quello che purtroppo spesso succede nei media, soprattutto sui social. Posso ragionevolmente però affermare che Armando resta lontano da questa sgraziata ignoranza imperante, e il suo spessore culturale, umano e spirituale lo testimoniano. Inoltre, talvolta manifesta una posizione molto critica, forse eccessiva, contro gli effetti sulla società di certe innovazioni tecnologiche e del mondo di internet; mi piace leggerla non come una condanna quanto come uno stimolo per tutti verso un uso più consapevole di questi potenti (oggettivamente fin troppo) strumenti, un po’ come Pirandello in “Quaderni di Serafino Gubbio operatore” dove uno dei personaggi raccontati mette in guardia nel confronto tra le tradizionali carrozze e le nascenti automobili: “Avete inventato le macchine? E ora godetevi questa e consimili sensazioni di leggiadre vertigini”.

Chiudo con una parola sul sottotitolo “Il Ritiro dal Mondo”. In uno dei suoi workshop ai quali ho avuto possibilità di partecipare, Armando racconta come la vita di Osho, così come quella di molti altri Saggi, ci dimostri che un Illuminato consegue uno stato di coscienza che lo porta a ridurre al minimo i contatti con il mondo esterno, e a nascondersi a tempo indeterminato in una grotta (poco importa se metaforica o reale), concedendosi al mondo solo per brevi momenti. Nelle pagine del libro ammette di invidiare molto questa prospettiva. Il “ritiro” disegnato da Armando si fonda invece sul fare anima di James Hillman, uno dei suoi riferimenti principali, come lo illustra Selene Caloni Williams nel suo libro su Hillman stesso di una decina di anni fa: “Fare anima è stare dalla parte dei sogni, delle ombre, degli avi; è stare dalla parte del lato invisibile delle cose; è stare con le immagini dell’anima, con gli eidola, gli dèi, e da lì, da quella prospettiva, guardare all’Io e ai suoi bisogni. Fare anima è stare nel sacro, nella capacità di darsi e nel piacere, nel fuoco, nel calore psichico, nella beatitudine di cui questo darsi è fonte”.

L’espressione “ritiro dal mondo” a me fa echeggiare l’uscire dal mondo di cui parla Francesco di Assisi nel suo Testamento quando racconta la sua conversione: “Ciò che mi sembrava amaro mi fu cambiato in dolcezza d’animo e di corpo. E di poi, stetti un poco e uscii dal mondo”. Francesco esce dal mondo e da quel momento ci rientra in un modo straordinario, iniziando una vita luminosa che lo porta ad essere un Sole per tutti gli uomini, come lo descrive Dante nel XI canto del Paradiso. Questo mio riferimento non vuole essere un paragone, quanto invece il terreno spirituale dove si colloca il sincero augurio personale che mi sento di fare ad Armando: che il suo “ritiro dal mondo” possa essere segnato da stigmate che incidano la sua carne viva, dalle quali possa sgorgare sempre più copiosa la linfa vitale che da lui fuoriesce, e accompagnarlo a nuove e luminescenti vette mistiche.

Allacciamo bene i nostri sandali e chiudiamo il nostro zaino: siamo pronti per il pellegrinaggio. Come alla Sentinella del mattino di Isaia, possiamo chiedere ad Armando “A che punto è la notte?” e lui ci risponderà: “I primi raggi dell’alba stanno per comparire, possiamo iniziare il cammino”.

Buona lettura.

Dal capitolo Chiudere con il passato

Ti appresti a leggere un libro che racconta fatti accaduti principalmente fra maggio 2021 e aprile 2022, un lasso di tempo ove si è impressa un’energica svolta al mio mondo relazionale: da un lato ho troncato alcune relazioni ormai consunte, o comunque troppo disfunzionali, per poterle protrarre senza che la cosa andasse a mio detrimento; dall’altro sono stato io ad essere lasciato al mio destino da parte di amici che, improvvisamente, hanno avuto di meglio da fare.

L’Universo si serve del contrasto per farci capire cosa è meglio lasciare e dove è saggio dirigerci. Se lo accogliamo e ne vediamo l’assoluta funzionalità alla nostra evoluzione, sapremo essere a teatro di noi stessi mentre accade, ovvero non identificati. Poi ne trarremo la lezione, operando scelte coerenti.

Uno dei requisiti fondamentali per star bene è, da un lato, la capacità di pacificarsi con la parte basica della natura umana, e, al contempo, intessere relazioni intime solo con persone ove la parte belluina non detiene troppo spazio. Per fare pace con i lati più insensibili, cinici, predatori ed egoisti degli altri, con comportamenti che purtroppo sono divenuti di uso comune e da cui ci si sente spiazzati e scoraggiati, è necessario deporre le armi e passare oltre, riservare un silenzio alle provocazioni e arrendersi ad una verità che sembra banale ma è invece profondissima: ogni battaglia contro l’altro è una guerra a noi stessi che ci allontana dal sorriso. Una volta compreso che siamo tutti tutto, scendiamo dal trono in cui ci siamo messi da soli: nessuno può dichiararsi fuori dai giochi, tutti abbiamo cedimenti e agiamo in modi discutibili; tuttavia la consapevolezza è una questione di proporzioni, e la saggezza che una persona incarna dipende anche dalla quantità di comportamenti irresponsabili che vengono lasciati agire meccanicamente. Fare pace coi lati disfunzionali altrui non significa frequentarli, piuttosto osservarli con compassione e distacco, cercando di non farsi avvelenare e agganciare. In fondo quando guardi gli altri con gli occhi della compassione comprendi che ogni vita ha la sua dignità, perché sai che non potrebbe essere che quella.

Al di là di quella pace e non violenza che sempre vorremmo incarnare, tuttavia vi sono azioni dirompenti che si rendono necessarie nel qui ed ora, se non intendiamo soccombere a malsani comportamenti altrui. L’importante è che dopo la sfuriata torniamo a noi stessi e riusciamo a dimenticarci dell’altro, installandoci in un riverbero di compassione, e imparando a sentire di quali persone dobbiamo iniziare a privarci se non vogliamo più trovarci coinvolti in spiacevoli fatti che sono il risultato di una danza relazionale, divenuta ahimè disfunzionale.

Dal capitolo Come dirti Addio

Certamente di ogni amico vediamo anche i difetti, ma se sono percepiti in modo drastico e coviamo dentro il danno che subiamo nello starci assieme, la frequentazione è schizoide e non potrà reggere nel tempo. La mente è polipsichica, dentro vi dimorano un’infinità di personaggi, tante voci, ognuna con le proprie ragioni: quelle che dicono che abbiamo fatto bene a lasciare al suo destino una persona e quelle che se ne dispiacciono. La mente è folle, è la mente in sé il problema, diceva Osho. Quindi chi ha deciso di interrompere la relazione? Non la mia mente ma una saggezza superiore sovra mentale che non si serve del cervello ma della pancia, la quale può farti comprendere l’insensatezza di una particolare amicizia.

L’umanità è folle perché vive di sola mente, ma con la sola mente non si va da nessuna parte se non sussiste anche l’apertura del cuore; lo vediamo bene in questa società ipertecnologica e disumana ove pochissimi conoscono la dimensione dell’Essere e pochissimi intuiscono quella egoica, essendo il loro stato (in)naturale. Senza una connessione con lo Spirito Universale di cui siamo occhi attraverso cui Egli guarda, senza aver compiuto un processo alchemico atto a riconoscere le strutture egoiche meccaniche o reattive, si può solo vivere e sguazzare nel dramma, nella rinuncia alla gioia, nel fare a gara a chi è più sfigato o a chi è più abile nel destreggiarsi nelle modalità predatorie; quest’ultime trovano massima espressione e compiacimento nel dominare gli altri e nell’accumulare ricchezze. È una società ove la stragrande maggioranza delle persone prova affetto solo per un numero esiguo di persone e sente una totale indifferenza per gli altri. L’ego è una struttura mentale che ti fa albergare nel senso di separazione e non ti fa percepire l’interrelazione di tutte le cose.

Per quanto mi riguarda, non c’è dentro di me un nucleo stabile, un io con cui mi identifico totalmente, perché il mio centro è altrove. Ecco perché posso scrivere libri ove racconto cose della mia vita privata che pochissimi scrittori sarebbero disposti a confessare al mondo: per me è misticismo messo in pratica. Il mistico non è soltanto il portatore di una visione ascetica che conduce alla rinuncia al mondo.

Essere mistici è saper tenere insieme i mondi, gli infiniti livelli di interpretazione dell’Esistenza, senza essere identificati con nessuno di essi, né tantomeno con l’identità egoica.

«Sarebbe bello se tu vivessi in zona ed io potessi chiamarti domani per invitarti a cena», gli dissi malinconico.

Dal capitolo Il Ritiro dal Mondo

Quando ritirerai dal mondo le tue proiezioni, infine sazio e bastante a te stesso, vedrai gli altri come davvero sono, e non come avevi bisogno di vederli per giustificare le tue storture e il tuo stesso fallace esistere, sarà l’inizio della rinascita. Una grande inevitabile potatura si abbatterà sull’albero delle tue frequentazioni. Finalmente libero, vedrai gli irretimenti di un passato che ti sembra lontanissimo, tanto ti appare inconcepibile, e a quel punto ti diverrà impossibile cercare gli altri per colmare il tuo senso di vuoto, accettare insani compromessi pur di non guardare dentro di te, perseverare in quella folle corsa nell’auto evitamento. Non potrai più farlo, perché la fuga da te stesso è giunta al capolinea.

Disse Luigi Pirandello: “Imparerai a tue spese che nel lungo tragitto della vita incontrerai tante maschere e pochi volti”, e dunque sì, una volta uscito dall’ipnosi egoica che impera sulla terra, infine sarai diventato un volto che intende solo accompagnarsi ad altrettanto.

(…)

Ci sono vari tipi di libertà. La più importante deriva dal sentirsi liberi dal mondo, dagli altri, dai loro giudizi, dal cercarli o dal voler essere cercati, vivendo in un flusso in cui è solo il cuore a dirigere l’orchestra, non la mente egoica con tutte le sue nefandezze e pretese. Fondamentalmente la libertà più grande risiede nell’essere liberi dagli altri, ed io non lo sono appieno, perché mi affeziono alle persone e la condivisione è per me il sale della vita. Mi sento molto libero su altri livelli, perché non mi interessa cosa pensano gli altri di me e la paura di perdere la mia rispettabilità agli occhi del mondo non mi appartiene più da tempo immemore, mentre la stragrande maggioranza delle persone ne è vittima e vive come un burattino plasmato dagli altri, dalle circostanze e dai valori su cui si fonda la società dei bisogni indotti. A tal riguardo, ovvero il sentirsi liberi dagli altri, la mia ex insegnante psicospirituale Videha non nutriva dubbi: “Io non cerco nessuno”, mi disse un giorno perentoria; vi si atteneva senza alcuno sforzo, perché era la solitudine il suo pane quotidiano irrinunciabile, mentre il genere umano e gli allievi stessi rappresentavano per lei una noia, un fastidio a cui si sottraeva con grande piacere. Fui l’unica eccezione, almeno nei sette anni di apprendistato; prima della rottura la nostra relazione raggiunse un apice, rappresentato ai miei occhi da una sua smisurata dichiarazione di stima: “Tu sei stato il mio più grande maestro e nessuno come te ha saputo attivare il mio lato magico”. Lei sapeva praticare alla grande il castanediano concetto secondo cui il ricercatore spirituale deve diventare inaccessibile agli altri, unico modo per essere nel mondo ma non del mondo. Poi sì certo, agli allievi si dava corpo e anima, ed era capace di parlare per sedici ore in un seminario di un solo giorno con una sola ora di pausa. Tuttavia non amava più di tanto mescolarsi ad essi nella vita privata, fermo restando che nessuno avrebbe osato tentarlo, tanto appariva ferocemente inavvicinabile. Videha mi adorava, mi studiava come fossi un oggetto raro da analizzare con cura per poi trasmettere ai posteri i dati raccolti; come fossi transumano, un alieno trapiantato sulla terra e che sulla terra non poteva vivere bene, funzionando su basi assai diverse. Aveva raccolto una grande mole di scritti su di me, frutto di infinite ore trascorse a vivisezionarmi per poi trascriverne le impressioni sul PC. Una piccola parte di quei documenti me la diede, mentre il resto, poiché non sapeva se fosse il caso di consegnarmelo, mi disse un giorno che giaceva ancora fra i files del suo computer. Conservo innumerevoli quaderni ove trascrissi le sue considerazioni al mio riguardo annotandole durante le sedute individuali che mi dava gratis quasi ogni giorno. Proprio oggi aprendone uno mentre riassettavo, due sono le frasi che mi sono balzate agli occhi:

1) “La tua paura fondamentale è di essere abusato”.

2) “Tu sei il Trigger, colui che fa scattare la scintilla. Sei l’iniezione che fa scattare l’effetto latente”.

Eh sì, proprio così. E poi sfogliando ho visto appunti tratti da un suo seminario, un passaggio in cui si esprimeva in merito al linguaggio che delinea un’attitudine da vittima:  “Qualunque termine o metafora che indichi che sia il comportamento altrui a determinare come ci sentiamo. Questo schema mentale è il prodotto dell’incapacità indotta che viene instillata dal condizionamento martellante dei media, ma la realtà della realtà è che nessuno può farci nulla e ci facciamo tutti da soli: l’altro è solo il detonatore, in quanto l’emozione e il sentimento che proviamo sono indotti meccanicamente dalla convinzione di base”.

Sì certo, nessuno può farci sentire sbagliati senza il nostro consenso, e quando accade è perché il fare dell’altro ha riattivato i pensieri giudicanti che abbiamo su noi stessi, i quali, materialmente parlando, si sono tramutati in piste sinaptiche che scattano macchinalmente, e che possiamo imparare a riconoscere e trascendere tramite un percorso di consapevolezza.

Diciamola tutta: alcune persone, che stimo assai, col genere umano proprio non vogliono mescolarsi, di fatto non frequentano assolutamente nessuno. Li capisco, e un tantino li invidio, ma io sono (o sarebbe meglio dire ero?) archetipicamente diverso, un Ermes il cui sguazzare fra gli umani era come stare nell’acqua per i pesci, fino a dieci anni fa. Ora invece se non faccio attenzione affogo, perché il genere umano mi lacera e affatica, essendo da me percepito troppo brutale e insensibile.


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