Confessioni di uno psicologo

di Tiziano Cerulli, lo “Psicologo Immaginale”.

Per quanto quasi tutti scrivano di sé stessi, pochi in verità hanno la capacità e il coraggio di parlare di sé stessi, riuscire ad emozionare coloro che li stanno leggendo. Un racconto autobiografico riesce ad essere coinvolgente se ti arriva allo stomaco, quando è in grado di evocare immagini e significati che sono condivisi dalle persone, laddove quel raccontarsi parla di tematiche che coinvolgono le vite degli altri, uscendo dalla quotidianità per approdare a un linguaggio universale.

Se siamo capaci di attingere dalla nostra esperienza personale qualcosa che potrebbe avere un significato anche per gli altri, e poi lo condividiamo a cuore aperto, allora ogni esperienza altrui può diventare materiale prezioso per comprendere la nostra autobiografia.
Nell’immaginario collettivo la figura dello psicologo è ancora vista con diffidenza e paura. Quest’opera aiuta a sfatare tale mito accogliendoci nell’intimità di uno di essi, nelle sue gioie, turbamenti e sofferenze. Uno psicologo è prima di tutto un essere umano e come tale non può esimersi dall’aver attraversato, lui per primo, quella che il poeta John Keats definisce “La Valle del Fare anima”.

In questo libro Tiziano Cerulli racconta frammenti della sua vita di artista e professionista della salute mentale e approfondisce strategie psicologiche che, con grazia, sospingono ad allontanarsi dalla propria zona di comfort.
In sua compagnia, il lettore si scoprirà accompagnato in un cammino di ricerca interiore e invitato a entrare nel “confessionale” dell’anima.

ISBN‎ 978-8832216103 – 250 pagine

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Tiziano Cerulli

Tiziano Cerulli si è formato negli ambiti dell’arte grafico-visiva conseguendo il diploma di maturità artistica e del teatro contemporaneo frequentando numerosi corsi di formazione all’arte dell’attore e prendendo parte a diverse produzioni teatrali con alcune compagnie teatrali sarde. Dopo la laurea magistrale in psicologia con una tesi dal titolo: “Teatro e psicologia cognitiva” consegue un master in teatroterapia dove acquisisce le conoscenze teoriche e pratiche di conduzione dei gruppi basate sui principi della drammaterapia e del counseling ad indirizzo cognitivo integrati alle pratiche corporee e immaginative.
Si specializza nella gestione dei gruppi in contesti organizzativi quali scuole, aziende pubbliche e private, cooperative, associazioni, servizi di formazione, utilizzando il gruppo come dimensione privilegiata di apprendimento, educazione e cambiamento.
Collabora come docente nella formazione in teatroterapia con ArteDo (Istituto di Arti Terapie e Discipline Olistiche) e come educatore teatrale nelle scuole di ogni ordine e grado.
Prosegue la sua formazione personale e professionale presso Imaginal Academy – Scuola di counselling immaginale approfondendo lo studio dei processi cognitivi ed emotivi che stanno alla base dell’approccio immaginale e archetipico al counselling secondo le teorie junghiane e post junghiane, con uno speciale riferimento a James Hillman e alla teoria del “Fare Anima”.
Si è specializzato nell’uso della libroterapia in contesti individuali e gruppali e nella progettazione e conduzione di laboratori di cinema e psicologia con uno speciale riferimento agli archetipi junghiani e il viaggio dell’eroe.
Esercita la libera professione e svolge attività di progettazione e conduzione di gruppi esperienziali di consapevolezza, pratiche meditative e tecniche immaginative, percorsi di crescita personale nei quali utilizza il cinema e il teatro, la lettura e la scrittura creativa.
Da oltre dieci anni si occupa di formazione in ambito educativo e psicosociale.
E’ iscritto all’Ordine degli Psicologi della Sardegna (2700) e al registro AISCON come Istruttore mindfulness ad approccio immaginale.

Leggi un estratto del libro “Confessioni di uno psicologo”

Dal capitolo: Le bastonate che fanno crescere

Quante volte ci è capitato di dire: “quella persona ha il potere di farmi sentire così…“, “non ci posso fare nulla è più forte di me!“. L’altra persona ha un grado di potere su di noi proporzionale alla nostra mancanza di potere. Un genitore, un amico, un partner, un datore o un collega di lavoro, un guru spirituale influiscono sul nostro sentire, e spesso sulle nostre scelte, in proporzione al nostro grado di consapevolezza e di dipendenza nei loro confronti. Quale aspettativa si nasconde dietro il nostro bisogno di essere approvati dall’altro? Perché ci teniamo così tanto ad essere accettati da quella persona? Ricordo un caso recente di un paziente, intelligente e sveglio, ma che aveva instaurato una relazione di “dipendenza” con il suo capo. Invece di mettere dei confini tra la vita personale e la vita professionale, i due hanno mischiato i piani proiettando l’uno sull’altra richieste che esulavano dal contesto professionale. Ovviamente per segreto professionale non posso raccontare l’intera dinamica ma posso dire che là dove c’è una richiesta di riconoscimento da parte dell’altro c’è un disconoscimento da parte nostra. Un copione relazionale in cui ci mettiamo, spesso, in una posizione di dipendenza dall’altro. E se quest’altro è inconsapevole delle sue dinamiche relazionali cercherà di svalutarci per mettersi su un piedistallo e innalzare la sua autostima.
Se ascoltiamo le nostre parole, quando diciamo “lui mi fa sentire così” o “lei mi fa sentire così” ci accorgeremo che questa è una bugia che ci raccontiamo, e raccontiamo agli altri, per non ammettere che siamo noi a sentirci così e stiamo dando la responsabilità all’altro di farci stare male perché non abbiamo una nostra indipendenza emotiva e affettiva e, spesso, anche economica. Non sappiamo ascoltarci e spesso assorbiamo le parole degli altri dando loro più importanza delle parole che diciamo a noi stessi. Questo ci spinge ad abitare le stesse immagini ripetitive e a proiettarle nelle relazioni con gli altri mettendo in scena nella vita sempre lo stesso trito e ritrito copione. In realtà gli altri non possono fare nulla se non “attivare” quelle ferite che erano già presenti in noi ma di cui non ci siamo mai presi cura per ignoranza o per paura. La paura di affrontare quel vuoto e quella sofferenza che ci riportano all’immagine primaria della ferita. Piuttosto che prenderci la responsabilità di affrontare il nostro viaggio nell’Ade, nel nostro inferno personale, scappiamo dalla sofferenza dando all’altro la responsabilità del nostro sentire, piangendoci addosso perché l’altro non ci capisce, non ci comprende o ci ha abbandonato. Ma ogni volta che noi creiamo una dipendenza verso qualcosa o qualcuno, per essere felici, ci stiamo predisponendo in qualche modo all’infelicità. Possiamo raccontarci tutte le storie che vogliamo ma sostanzialmente non abbiamo un centro, una casa dove tornare, un posto dove possiamo sentire che nessuno ha il potere di farci stare male a parte noi stessi. Nessuno, neanche un guru, può dirci cosa sia vero o cosa non lo sia per noi, se noi siamo nella nostra verità. La verità non è un atto di interpretazione mentale, qualcosa che ci raccontiamo per stare nella zona di comfort, ma è uno stato di coscienza che si raggiunge attraverso l’apertura del cuore. È un processo intuitivo, simbolico, femminile, immaginale. Non ci si arriva attraverso teorie prese in prestito dagli altri ma attraverso una profonda comprensione che la vita è un viaggio che si compie attraverso esperienze umane. La relazione con l’altro mi mette di fronte alla relazione con me stesso ed è attraverso l’altro che posso vedere quello che dico e faccio a me stesso. Sono pronto per ascoltare? Oppure abbiamo bisogno di un’altra bella mazzata dalla vita?

Dal capitolo: Guarire le proprie radici

La maggior parte delle persone vive in superficie perché ha paura di andare in profondità… ha paura di conoscere le proprie ombre… di esplorare il proprio inconscio e scoprire che, giù e dentro, può trovarci le immagini di suo padre, sua madre, e anche gli ex partner o gli ex migliori amici.
In fondo quando diciamo “io sono me stesso” ce la stiamo solo raccontando: è vero che ognuno di noi è unico e deve trovare questa sua autenticità per essere felice, ma la nostra personalità non è altro che la somma delle persone che abbiamo incontrato nella nostra vita, soprattutto nel primo periodo di formazione, e da cui abbiamo appreso quegli schemi e copioni che oggi inconsciamente riproponiamo credendo siano i “nostri”. Che ci piaccia oppure no, non abbiamo solo il naso di nostro padre o l’ansia di nostra madre, ma abbiamo anche appreso il modo in cui loro, i nostri genitori, o prima di loro i nostri avi vivevano la relazione con il denaro, per esempio, o la relazione con l’altro sesso. Ecco perché ora proviamo fastidio per quella persona che si comporta in quel modo perché in realtà, di riflesso, tocca un nervo scoperto che non sopportiamo di vedere all’esterno perché ci ricorda qualcosa che abbiamo vissuto in passato.
Abbiamo troppa paura di andare in profondità e così viviamo in superficie per poi lamentarci che le nostre relazioni non funzionano… è ovvio che non possano funzionare perché solo un albero che mette radici profonde può crescere robusto e rigoglioso. Chi vive in superficie può avere solo relazioni superficiali con persone superficiali. Ci sono tante persone che confondono la profondità con la “pesantezza” vivendo una vita in superficie, chiamandola “leggerezza”, per difendersi dall’ansia e dal terrore di dover esplorare la dimensione inconscia. Leggerezza che è funzionale durante una festa tra amici ma che nelle relazioni porta a vedere nell’altro il responsabile dei nostri fastidi e delle nostre sofferenze e a pensare: “non è colpa mia”, “capitano tutte a me”, “sono sfortunato o sfortunata”.
La via di chi sceglie la ricerca interiore e spirituale chiede esattamente il contrario… è una via che obbliga a passare per la porta stretta, all’interno di noi stessi, a guardare in faccia i propri demoni ed evocare le proprie ombre, per liberarsi dai pesi dei condizionamenti e delle illusioni mentali diventando sinceri, spietati con noi stessi, ma allo stesso tempo compassionevoli. Possiamo scegliere anche di non frequentare una persona che troviamo “pesante” o che ci mette di fronte ai nostri demoni ma, se siamo sinceri con noi stessi, questa non è altro che una via di fuga da quel fastidio che ora non siamo pronti ad affrontare.
Solo quando si accoglie quella pesantezza e la si elabora si possono lasciare andare i pesi e si può raggiungere la vera leggerezza perché si riesce a vedere il proprio copione e si arriva a sorriderne… sapendo che l’altro in fondo è solo uno strumento inconsapevole della nostra evoluzione. Solo chi ha attraversato il proprio inferno personale può liberarsi dal giogo della vittima e raggiungere il Regno dei Cieli. Il Paradiso non si trova in un cielo astratto e lontano ma è qui e ora. Scrive lo psichiatra Claudio Naranjo: “Il qui e ora è fatto di sensazioni, emozioni, ma possiamo potenzialmente sentire la nostra esistenza, anche se quando proviamo scopriamo che siamo vuoti. È come se la nostra anima fosse stata rubata. E siamo diventati dei vampiri, esseri che hanno bisogno di riempirci di ciò che il mercato e la gente ci offre. Il significato della vita è crescere e dare frutti come una pianta di pomodoro.”
Una donna e un uomo “liberi” sono l’assoluto contrario di una donna e un uomo “leggeri” o superficiali perché hanno imparato ad andare in profondità ma allo stesso tempo vivono con leggerezza. Sanno passare dalla profondità alla leggerezza, dall’ironia alla serietà, dal gioco alla riflessione attraverso la capacità di darsi all’attimo presente. Quel darsi che rappresenta le radici dell’albero chiamato amore e i cui frutti sono le relazioni appaganti che danno nutrimento alla nostra vita.

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