Dove dimora la Gioia

di Milena Maggio

“Dove Dimora La Gioia” è un libro poetico e ispirato che prende amorevolmente per mano e conduce con nitidezza d’esposizione là dove l’autrice è stata. Le sue pagine vibrano di immagini come se, al posto delle parole, sulla carta avessero preso posto fotografie con colori vividi, scattate da chi ha concepito tali pensieri, pensieri che si agganciano con decisa delicatezza alle proprie memorie spalancando l’archivio dei ricordi.
Nella prima parte dell’opera, “Ricordi dei miei Maestri”, Milena ci conduce con piglio poetico ed essenziale ai ricordi più intimi di quando era bambina e adolescente; facciamo così scoperta dei suoi nonni e genitori, persone sagge e amorevoli che impartiscono alla sensibile e curiosa pargoletta fondamentali e pratiche lezioni di vita da applicare quotidianamente.
Nella seconda parte, “Il Sentiero Di Luce”, Milena dipinge acquerelli di consapevolezza che sono di fatto intenzioni programmatiche, promesse fatte a sé stessa, efficaci intuizioni che hanno fatto ingresso nella sua coscienza e lì hanno preso stabile dimora; anche in questo capitolo la magia del semplice si ripete e riverbera il suo effetto dirompente, ovvero chi legge potrà decidere di stabilirsi sul trono di tali prospettive e farne uno stile di vita abituale.
E infine il terzo e conclusivo capitolo “La mia scuola”, assai toccante e disarmante perché spesso sono proprio le parole stesse degli alunni di Milena a parlare e farsi tramite di insegnamenti profondi, a cui l’autrice argutamente plaude in silenzio senza commentare; i messaggi veicolati dai suoi scolari sono limpidi e intrisi di quella profonda innocenza che contraddistingue il loro mondo.

ISBN‎ 978-8832216127- 158 pagine

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Milena Maggio

Milena Maggio nasce all’ombra del Vesuvio nel 1963 e ci resta fino al compimento dei venticinque anni, quando si trasferisce, per amore (e solo per amore), all’ombra del Colosseo, continuando a fare quello che già faceva: insegnare, ridere, scrivere e innamorarsi della vita.
È studiosa di metafisica e appassionata di alchimia, yoga, alberi, bambini, risate e onde marina, insegna in una scuola primaria.
Cerca di elencare ogni sera, prima di dormire, almeno cinque cose belle avvenute durante il giorno.
Grande amante dei libri, non entra quasi mai in libreria con un titolo già in testa: lascia che sia il libro a sceglierla… camminando tra gli scaffali e facendosi catturare dai colori di una copertina che subito accarezza, come a dire “Ti ho riconosciuta. Ci intendiamo noi due”. Poi legge le prime righe e se sente il suono di una chitarra pizzicata con gentilezza e un brivido le percorre la schiena, la magia inizia… Solo a quel punto gira il volume e legge la storia, ma tanto ha già deciso. E sempre accade che quel libro contiene il messaggio che le serve in quel momento.
Scrive da anni e ha alle spalle diverse pubblicazioni.

Leggi un estratto del libro “Dove dimora la Gioia”

Dal capitolo: Mio padre e il mare

La casa era sulla spiaggia. Di notte dormivo bene perché mamma mi lasciava le finestre aperte.
“Così senti l’odore del mare e la canzone delle onde”, diceva mentre mi scostava i capelli dal viso ancora caldo di sole.
“E domani ti sveglierai felice perché nessuno si può svegliare triste in faccia al mare”.
Serenamente mi addormentavo su questa promessa che ogni mattina era mantenuta. Al primo raggio di sole mi mettevo a sedere sul letto con i piedi che a terra ancora non toccavano e tiravo su la testa per vedere l’azzurro liquido del mare prima di ogni cosa. Poi andavo alla finestra percorrendo l’acqua con lo sguardo in cerca di lui e poco dopo ecco… riconoscevo le sue bracciate… destra, sinistra, destra, testa fuori dall’acqua a prendere aria e di nuovo destra, sinistra, destra. Mio padre era in spiaggia già alle sei, le volte che ero sveglia lo vedevo seduto sulla sabbia, con lo sguardo all’orizzonte e le spalle al mondo e in quel mondo c’eravamo pure noi che per quanto lo amassimo, mai lo avremmo reso più libero e felice del mare. Restava lì, col suo costume rosso, senza asciugamano, senza nessuna protezione oltre al sole e al sale. Restava lì in attesa del segnale.
“Qual è il segnale papà?” gli avevo chiesto, e lui mi aveva risposto.
“Il segnale è quando il cuore mi salta un battito perché il richiamo è troppo forte”.
E allora si dirigeva verso l’acqua, un tuffo subito, senza aspettare e poi le lente bracciate destra, sinistra, destra.
Nuotava in quel modo per ore, io lo seguivo con lo sguardo fino a quando spariva e allora tornavo a giocare ma sempre con un occhio all’orizzonte, e solo quando riconoscevo il suo ritorno mi accorgevo che per quel tempo avevo respirato meno di quello che serviva.
Un giorno chiesi a mia madre: “Ma tu non sei preoccupata quando sparisce?”.
“Lo affido a Dio ogni volta. Se mi preoccupassi, si offenderebbe”.
“Chi? Dio o papà?”
“Dio non si offende mai Milena”, rispose mentre il vento baciava i suoi occhi verdi e le toccava il viso con pudore.

Dal capitolo: Inizio da me

Sto coltivando la mia serenità. Ho fatto pulizia dei sentimenti che rubano spazio alle sue radici, le sto dando luce e aria e amore in abbondanza. È una piantina che cresce solitaria, non ha bisogno d’altro che le mie cure. Non ha necessità di appoggiarsi ad altre piante, cresce ugualmente anche nel deserto della sfiducia e in quello della tristezza. È forte e coraggiosa. Apre le sue foglie al mattino al mio primo sorriso e piccole gemme sbocciano a ogni sì detto con gioia e a ogni no sussurrato con gentilezza. Sto coltivando la mia serenità con la determinazione di un giardiniere orgoglioso della sua opera più bella. Non disturbatemi con i “se” e con i “ma”.
Se volete gioite con me. Altrimenti sedete con i vostri “ma” e con i “se” sotto il mio portico, vi porterò da bere e vi offrirò un sorriso. Ma niente invito a cena. Perdonate.

Dal capitolo: Antonio e il pesce-palla

Mi dice di essere in un periodo di confusione: “Soffro molto. Dei miei venticinque anni non so che farne. Non riesco ad amare. Le incontro le donne, le frequento per un po’ ma poi, appena loro si innamorano, mi sento come in una stanza senza la porta, mi piego su di me e inizio a gonfiarmi come un pesce palla fino al punto che poi esplodo e mando tutto all’aria”.
Lo guardo questo bellissimo ragazzo che mi ricorda James Dean, le spalle forti e dritte, gli occhi blu e i capelli corti a lasciare scoperta la faccia tormentata.
“Milena mi stai ascoltando?”.
Mi chiama per nome. Curioso che dopo aver compiuto i vent’anni, per i ragazzi divento Milena, mentre per le ragazze resto la maestra Milena a vita.
“Ti ascolto” dico mentre la cioccolata nelle nostre tazze si rapprende un po’ in superficie e questo mi spinge a girarla con il cucchiaino perché quella pellicola che si forma mi fa ribrezzo.
Poi giro anche la sua. Può chiamarmi anche per nome ma per me resta sempre il bambino che era, anzi no, lo vedo che è un uomo ormai, ma allo stesso tempo lo vivo come quando a sette anni arrivò in classe che non sapeva nemmeno una parola di italiano.
Solo spagnolo parlava. Un dialetto veloce e fitto e s’innervosiva di doverci capire lui a noi e che non fosse il contrario.
Ripeteva sempre la stessa frase ed era chiaramente qualcosa di spiacevole.
Per un po’ avevo pensato fosse diretta a me.
Poi, quando al primo colloquio conobbi la madre e la sua storia in fuga dal marito violento tutto mi fu più chiaro.
“Milena!”, ripete già innervosito. La lingua la padroneggia ma il cuore è ancora burrascoso. Gli poggio la mano sul braccio e gli dico “Ti ascolto” mentre con gli occhi gli massaggio quel muscolo impetuoso che gli batte in petto.
“Non riuscirò mai ad avere una compagna perché ho paura di essere come mio padre” sbotta tutto d’un fiato.
“Un po’ sei come lui, la parte bella di lui, quella che gli faceva prendere i vecchi pattini per pattinare con te la domenica mattina anche se non si ricordava più come si faceva e cadeva ogni due, tre. Me lo raccontasti tu. Ecco, tu sei quella parte di tuo padre, anzi tu SCEGLI DI ESSERE QUELLA PARTE e non un’altra”.
Mi guarda stupito: “Io posso scegliere? Ne sei certa? Posso decidere come voglio essere nonostante quel farabutto che mi ritrovo come padre?”.
Lo guardo dritto negli occhi e gli dico il sì più fermo della mia vita. E lui mi crede. Lo capisco dalla lacrima che gli scende sulla guancia e che lui non asciuga.
“Milena io ti credo, guarda che ti credo, ma poi non voglio stare a scoprire che non è così “
Mi crede, anche se il cuore gli rimane burrascoso.
Sorrido e gli dico: “Bevi la cioccolata che si fredda”.
E lui la beve.
Tutta d’un fiato.

Dal capitolo: Semplice, semplice

Da anni pratico yoga, buone letture e faccio meditazione.
Uno dei problemi maggiori per molti di noi è quello di stare in presenza vivendo il momento per quello che è, come se fosse l’unico a disposizione.
E in effetti è così, tutto ciò che abbiamo è il momento che stiamo vivendo e sta a noi scegliere come viverlo.
Possiamo farci condizionare dal passato, cercando tra i ricordi della nostra vita momenti simili a questo, cosa che ci farà ricadere negli stessi schemi già vissuti, oppure vivere l’adesso pensando al futuro, con tutte le ansie e le aspettative che ciò comporterebbe.
Se invece riuscissimo a non pensare a ciò che non c’è più (il passato) e a ciò che ancora non esiste (il futuro), rimarrebbe soltanto il piacere e la curiosità di vivere il presente così come fa un bimbo, senza nessuno schema mentale prestabilito.
Per questo spesso parlo ai miei alunni di quest’argomento, ma a volte sono loro ad insegnarmi.
“Maestra, ma tu ci dici spesso di stare nel qui e ora…”.
“È vero. Ve lo dico spesso”.
“Ma perché ce lo dici? È una cosa stupida da dire!”.
“Perché stupida?”.
“No. La cosa è giusta, ma è stupido starcelo a dire che dove altro dobbiamo stare se non qui e ora? Tu hai mai visto qualcuno che sta da qualche altra parte mentre sta qui? Sarebbe stupido!”
“Hai ragione. È stupido”.

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