Echi di un altro presente

di Alessandro Radice

In un non-luogo sospeso e privo delle connotazioni spazio-temporali che la realtà ordinaria impone, occupano la scena una serie di attori, inconsapevoli degli altri e a volte di sé stessi.
I protagonisti danzano una vita travolta da eventi inaspettati, intrecciando la trama di molte storie che diventano una. Un sottile filo lega le loro esistenze, a volte in maniera evidente ed altre in modo più elusivo e profondo, sullo sfondo di una realtà dove l’improbabile e il fantastico sfumano in modo impercettibile nella vita di tutti i giorni. Un’esistenza quasi probabile che riverbera nel “normale” a cui siamo abituati, come un’eco di ciò che potrebbe essere.
L’opera è una raccolta di racconti dal sapore magico e surreale che muovono da vicende apparentemente ancorate a solide realtà, indagate anche attraverso l’occhio attento di detective, storie che in un batter di ciglia virano in mondi paralleli, intersecati variamente a vicende umanissime, talvolta dolci, talaltra meschine, sempre ammiccanti alla cifra di mistero e di irrisolto che alberga ovunque, fuori e dentro di noi.
Perché mai scrivere un libro che narra di avventure, per quanto improbabili? Perché ci piace pensare che una parte di noi (quella più Tucchia, per citare Tolkien), le desideri e sia pronta a partire; se non altro per poter dire, a circa metà del viaggio, il classico “Ma chi me lo ha fatto fare?!”
E soprattutto per poterla raccontare una volta tornati, magari con qualche infiorettatura, ad un pubblico che, anche se non rimane a bocca aperta, ci ascolta.
Alessandro scrive perché sa che una piccola e remota parte di se, spera sempre che un giorno uno stregone bussi alla sua porta e gli proponga di andare a recuperare il tesoro di un drago.

ISBN‎ 978-8832216141 – 314 pagine

Edizione cartacea


€ 22,00 – sc. 5%

€ 20,90

Spedizione Gratuita


Alessandro Radice

binary comment

Alessandro Radice è nato a Busto Arsizio nel 1967.

Divoratore di romanzi Fantasy é da sempre affascinato dall’esoterismo e dalle arti marziali, trascorre la sua giovinezza in bilico tra la formazione scientifica e il misticismo.

L’anno della svolta è il 2018, quando incontra le Rune Norrene di cui diventa lettore e cultore appassionato.
Costruttore di bacchette magiche e accessori esoterici, scrive racconti Urban Fantasy dall’età di 14 anni mischiando realtà e fantasia fino a renderne labili i confini.

I suoi racconti sono a pieno titolo inseriti nel genere del “realismo magico”. Muovono da vicende ancorate a solide realtà che presto virano in mondi paralleli, intersecati variamente a vicende umanissime, talvolta dolci, altre volte meschine.

Un autore per chi ama le narrazioni come veicoli per sondare le pieghe di una esistenza pluristratificata, popolate da anime inquiete.

Leggi un estratto del libro “Echi di un altro presente”

Dal capitolo: La soluzione di Renzo

Autunno, ancora una volta.
Qualcuno, in uno stato d’animo più sereno del mio, avrebbe potuto notare la struggente bellezza di quel posto.
Io, invece, sentivo appena lo scricchiolio dei rametti sotto le suole ormai consunte delle scarpe e prestavo poca attenzione ai colori sfolgoranti delle foglie o alla debole brezza che soffiava nel bosco addomesticato che mi circondava.
In effetti, se non fosse stato per l’ombra saldamente attaccata ai miei piedi, avrei potuto anche non credere di essere lì.
Camminavo a piccoli passi sul sentiero battuto da cacciatori semi professionisti, fanatici del jogging in tute sgargianti e ciclisti improvvisati: sorpassavano notandomi appena, presi come me da altri pensieri.
Del resto la mia espressione e il mio vestiario, entrambi non dei migliori, erano sufficienti a creare un’aura di repulsione intorno a me; una sorta di fossato mentale coperto da pali appuntiti tale da garantirmi la privacy più assoluta. Se in quel momento qualcuno mi avesse chiesto da quanto tempo stessi camminando, avrei potuto dare una risposta molto vaga, basata perlopiù sulla stanchezza delle mie gambe o sulla posizione del sole.
Di poche cose ero sicuro ultimamente, meno di tutte della mia sanità mentale.
Da qualche mese avevo cominciato a parlare sempre meno, limitandomi a fornire solo le informazioni richieste e rispondendo a monosillabi; in famiglia venivo considerato semplicemente burbero, arrabbiato o, nel caso di mia moglie, un “povero depresso di merda” – per citare le sue esatte parole.
La realtà era ben altra. Come il protagonista di un romanzo che avevo letto tempo addietro, “Lo Zen e l’arte della manutenzione della motocicletta”, nel tentativo di comprendere la realtà e il suo scopo (se mai ne avesse uno) mi ero pian piano allontanato dalla vita, perdendomi in una specie di limbo.
Poche cose mi davano sollievo, ormai: ascoltare musica selezionata sul mio lettore mp3 o camminare nei boschi. Senza rendermene conto, mi ero spinto fino ad una panchina di pietra grigia e ruvida; mi sedetti e feci il punto della mia situazione, forse per la centesima volta in quella giornata.
L’universo non aveva più un senso logico: quello che una volta mi era sembrato un perfetto meccanismo ad orologeria, regolato da leggi precise e prevedibili e dalla matematica esattezza dei numeri, era diventato un macchinario che girava in folle, senza scopo ne utilità, come fosse stato assemblato da un meccanico impazzito che aveva perso il libretto delle istruzioni. Vedevo imperfezioni e pazzia in ogni cosa, decadenza e futilità in ogni vita che mi circondava. Svolgevo le mie mansioni con la pigra e vuota consapevolezza di un automa, senza passione o estro.
Eppure una volta le cose erano, o mi erano sembrate, differenti.
Ricordavo, anche se a malapena, un tempo in cui traevo piacere da piccole e semplici cose… un tempo lontano come un’immagine color seppia e sbiadita.
Che fine aveva fatto Dio (o chi per lui), e chi aveva lasciato alla guida del cosmo? Perché solo ora mi accorgevo di tutto quelle cose che non tornavano, come una quadratura del cerchio imperfetta? Perché doveva essere tutto così approssimativo, così precario? Queste domande mi ronzavano per la testa come calabroni infuriati, mentre rigiravo tra le dita una foglia secca e bruna. Chissà grazie a quale associazione mentale in quel momento mi tornò alla mente Renzo, un ragazzo della mia stessa età conosciuto parecchi anni prima, dallo humour pungente e dai lineamenti quasi grotteschi al punto che qualcuno dalla lingua tagliente un giorno gli aveva suggerito di querelare madre natura. Nonostante il buon carattere, la generosità e la gentilezza quasi tenera, era stato snobbato da tutte le ragazze della compagnia, che avevano preferito “averlo come amico”. Frase usata per addolcire con una certa dose d’ipocrisia un altrimenti più sincero “No, grazie.” in risposta ai suoi timidi tentativi d’approccio. Questo atteggiamento l’aveva amareggiato non poco, forse per la falsità della cosa, più che per l’ovvia ragione. Ricordavo che il suo unico talento sembrava essere la capacità di risolvere enigmi, rebus e cruciverba ad una velocità spaventosa, tanto che una Settimana Enigmistica sembrava duragli solo poche ore.
Chissà che fine aveva fatto, mi domandai.
Fu in quel momento che il lettore mp3 divenne improvvisamente muto (probabilmente aveva esaurito la batteria), appena in tempo per permettermi di sentire un fruscio di carta alla mia sinistra. Mi voltai lentamente, quasi stupito che qualcuno avesse osato avvicinarsi. Rimasi quasi accecato dal mio vicino, dapprima senza capirne il motivo.
Poi, molto lentamente compresi: era l’uomo più anonimo che avessi mai visto, talmente normale da sembrare finto.
Tutto in lui era di un banale quasi estremo, come se qualcuno nel tentativo di farlo passare inosservato avesse esagerato, ottenendo l’effetto opposto.
Dai tratti del viso al vestiario era la perfetta incarnazione dell’uomo medio tanto adorato dalle statistiche; colori tipici della gente del posto, abiti adatti alla stagione senza alcun fronzolo, scarpe modeste.
Sfregandomi gli occhi per essere sicuro che non si trattasse di una delle mie solite allucinazioni, notai che in realtà era come se l’aria stessa si piegasse intorno alla sua sagoma, come distorta da un’incredibile densità gravitazionale.
Ma fu solo un momento e poi tutto tornò normale o quasi, finché la mia attenzione si spostò su quello che teneva tra le mani. Stava leggendo un giornale di enigmistica mentre reggeva tra le dita una vecchia e consunta matita, di quelle con la gomma in fondo, leggermente mordicchiata.
Che curiosa coincidenza, mi dissi.Le Coincidenze Non Esistono, Alessandro. Dovresti Saperlo, ormai – disse con una voce strana, parecchio profonda, con il tono che faceva risaltare ogni singola parola, come fosse pronunciata con la maiuscola. Forse fu proprio il suono della voce, più del fatto che conoscesse il mio nome, a farmi sussultare o piuttosto il fatto che le parole avessero scelto di prendere una scorciatoia, saltando l’abituale percorso di timpano e organi successivi, per arrivarmi dritte al cervello.
Con una certa calma piegò un angolo della pagina per tenere il segno, posò il giornale tra di noi e si voltò a guardarmi.
In quell’istante, non saprei spiegare come, capii chi era.
Forse se avesse avuto il volto di Morgan Freeman mi sarei messo a ridere.
Se avesse avuto intorno a sé un alone di luce accecante, avrei tentato una genuflessione.
Se mi fosse apparso come il roveto ardente, avrei finalmente capito in modo definitivo di essere andato fuori di testa.
Invece come in tutte le storie, nonostante avessi milioni di domande da rivolgergli, rimasi ammutolito ed incredulo.
Beh, tutto qui? Una faccia stupita e nulla da chiedermi?
Considerato che ero seduto, che non sono mancino e che non ero al massimo della forma fisica, non fu un gran pugno.
Ma quel colpo non fu soltanto il mio. Fu il pugno di tutto il genere umano, che da migliaia di anni brancola nel buio e nella disperazione, senza capire il perché di una vita breve e difficile sul terzo pianeta di un sistema solare, alla periferia di una piccola galassia per di più perduta tra milioni di altre, in un vuoto infinito. Dietro quel pugno c’erano secoli di sofferenze, barbarie, domande, speranze deluse e mistiche illusioni e disillusioni, tentativi e ricerche.
Nel tempo che impiegai a colpire il Suo viso, gli feci (e con me l’umanità tutta) un discorso lungo una vita.
Un discorso che racchiudeva una sola domanda: perché?
Non so quanto effettivamente gli feci male; si sfregò il viso (per pura cortesia nei miei confronti facendomi intendere di avere accusato il colpo, suppongo) per qualche secondo e poi mi disse:
Capisco.
Lo guardai dritto negli occhi.
“Capisci?!?”, gli avrei voluto urlare contro.
Stavo per scagliarmi contro di lui una seconda volta quando, molto semplicemente, mi toccò la mano.
E quello che vidi bastò a paralizzarmi.
Vidi un giovane Dio che, per gioco, aveva commesso un errore, nella creazione di quello che per lui era una distrazione momentanea. Vidi che noi non eravamo previsti, ma soprattutto vidi la pietà che provava per noi; la stessa che noi avremmo potuto sentire per la sorte di un batterio, mentre lo osservavamo soccombere ad un altro dall’alto di un microscopio.
Questo eravamo per lui, nulla di più.
Avresti potuto provare a dircelo, almeno ci saremmo evitati un sacco di sofferenze! – gli dissi mentre tremavo dalla rabbia e dalla paura. Vidi un’espressione strana su quel volto senza tempo: un rimorso, forse, ma talmente remoto da equivalere ad una scrollata di spalle. Si chinò verso di me, mi sussurrò due parole e poi scomparve lentamente, come in dissolvenza.
Ero ancora lì seduto, qualche ora dopo, sulla stessa panchina, mentre il buio calava nel bosco.
Il lettore mp3 aveva misteriosamente ripreso a funzionare.
Avevo dato un pugno in faccia a Dio ed incredibilmente ero sopravvissuto, anche se nessuno di certo mi avrebbe mai creduto; non ne sapevo nulla di più sullo scopo della mia vita, ma inspiegabilmente mi sentivo meglio.
Noi per Dio, qualunque nome egli avesse, contavamo meno di nulla; questo se da un lato poteva portare alla disperazione, dall’altro mi fece sentire estremamente leggero.
Se non esistevano Inferno o Paradiso, Leggi divine o altro, questo voleva dire che eravamo liberi. Magra consolazione, direte voi, ma a me bastò. Il bosco tornò ad essere sfavillante di colori e di vita e mi sentii subito meglio.
Ad un tratto gli occhi mi caddero sul giornale abbandonato vicino a me; sembrava la versione aliena della “Settimana enigmistica” e al suo pari un gigantesco cruciverba campeggiava in prima pagina.
Fu proprio allora che mi tornò in mente un dettaglio su Renzo.
Qualche anno dopo averlo perso di vista, scoprii che in realtà lui non completava mai del tutto gli schemi delle parole crociate: nelle definizioni che non conosceva, nei rebus mai risolti e negli enigmi insoluti, inseriva lettere e frasi a casaccio. Un piccolo imbroglio per attribuirsi qualcosa che non aveva mai avuto, i suoi dieci minuti di gloria; non dissi mai a nessuno di questa cosa e la sua fama rimase intatta. Riguardando quei fogli ebbi un’improvvisa certezza: non conoscevo la sua lingua ma ero certo che anche Lui, nel creare questo universo, avesse adottato la stessa identica soluzione.
Un colossale bluff.
Ora so che l’universo e la vita in generale non hanno alcuno scopo, siamo noi a doverlo trovare e, che ci crediate o meno, mi va bene così.
Come?
Cosa ne ho fatto di quel giornale?
Beh, è ancora in mio possesso: l’ho incorniciato in una piccola bacheca, appesa al muro della mia cucina, e come titolo ho usato le due parole che Dio mi aveva detto:
Mi dispiace.
Non tutti possono dire di aver ricevuto delle scuse da Dio.
Specie dopo averlo preso a pugni.

Alcuni personaggi di “Echi di un altro presente”

Viola

Tra i vari personaggi che popolano l’universo di Kerr, Viola è senza ombra di dubbio la più enigmatica.Protagonista, o meglio co-protagonista del racconto “L’avresti fatto anche tu”, era in gestazione creativa da tantissimo tempo.A dire il vero ha fatto al sua prima apparizione nel lontano 2014, come protagonista di un racconto per un concorso letterario.Concorso in cui è stata brutalmente ignorata; non oso immaginare le maledizioni che possa aver lanciato ai giudici, dopotutto è una ragazzina piuttosto permalosa.Indice di quanto sia poco saggio farla arrabbiare è da considerare il fatto che detto concorso ha avuto una assai breve vita; ognuno tragga le debite conclusioni.Viola è la figlia di Stefano Alfonsi e Laura, quest’ultima legata da una relazione passata e piuttosto complessa con l’amico dell’attuale compagno, e di cui Kerr è ancora innamorato anche se solo platonicamente.Come tutte le teen ager Viola, che deve il suo nome agli occhi color lavanda scuro, è in piena tempesta ormonale e questo la rende piuttosto impulsiva, cosa che la spinge a degli eccessi a cui il suo amico, mentore e zio adottivo cerca di riparare.Questa volta però l’ha fatta davvero grossa …

Grigio

Grigio, anzi Grigio 01 come specificherebbe lui.
Grigio, il cui vero nome è Alberto de Stefani, è un uomo che, al momento della narrazione, sta vivendo recluso all’interno di un ospedale psichiatrico di nuova generazione, in quanto affetto da una particolare sindrome.
Definita La Sindrome di Cassandra questa gli impedisce di avere rapporti con il resto del mondo in quanto, come nel caso dell’omerica sacerdotessa di Apollo, egli non viene mai creduto qualsiasi affermazione faccia.
Per usare le sue parole: “Potrei dire che oggi è una bellissima giornata d’autunno con un tiepido sole ad esempio; ma nessuno che calchi questa terra e che comprenda la mia lingua (o anche se mi mettessi a parlare l’inglese scalcinato che conosco) potrebbe evitare di guardare fuori dalla finestra ( se ce ne fosse una) o di uscire con l’ombrello se ci fosse la possibilità di farlo.”
Grigio 01 è l’umanissimo racconto di un episodio della sua infanzia, quando ancora poteva definirsi quasi normale e la sua particolare condizione cominciava influenzare solo parzialmente la sua vita.

Kerr

Kerr ha una genesi alquanto complessa: in parte derivato dal protagonista di una delle serie televisive più longeve e articolate della televisione britannica, Doctor Who, mischiato in egual misura con vari aspetti di me.Un cocktail abbastanza anomalo.La sua figura è delineata, come in un dipinto zen, più dalle ombre che dai suoi effettivi tratti caratteriali.Insomma è molto più quello che lascia alla nostra immaginazione di quello che rivela.Ma cosa sappiamo in definitiva di lui?Tra le varie cose possiamo dire che è essenzialmente un anticonformista, veste casual prendendo alla lettera la definizione del termine ma ha una predilezione per il jeans, ha forte un senso della giustizia che spesso trascende la legalità ed è un amante della birra scura, dei libri, dei fumetti e dei film di James Bond.Possiede una vasta conoscenza dell’arcano e un senso dello humor al vetriolo; soffre di nostalgia per un luogo a cui appartiene ma che al momento gli è precluso, ma vive intensamente ogni momento; tendenzialmente solitario e misantropo, la sola compagnia che tollera è quella del suo migliore amico, Stefano Alfonsi, di una misteriosa signora di nome Cry e di una banshee che gli fa da agente.Ha avuto una complessa relazione amorosa con l’attuale compagna di Stefano, ora sublimata in una sorta di specie di platonica adorazione.Come direbbe lui,“mi trovate qui, in questo pub che ha visto tempi migliori negli anni ’80. Chiedete di Kerr.”

Edizione cartacea


€ 22,00 – sc. 5%

€ 20,90

Spedizione Gratuita

Segui Alto Voltaggio – Libri che danno la scossa sui social

ALTO VOLTAGGIO EDIZIONI
© Associazione Alto Voltaggio – C.F. e P.I. 04417220409
Viale Mincio 4, 47042 Cesenatico FC
TEL +39 3281944558 – MAIL info@altovoltaggio.org
Privacy – Cookie – Termini di vendita