Il Granchio e la Farfalla

di Alessandra Gobbi

Un’insegnante di italiano, Chiara, si trasferisce nel 2003 nelle vicinanze di Boston, per lavorare al Wellesley College. Ospite di un avvocato spregiudicato, entra in confidenza con suo nipote, un ragazzino minato da una storia familiare di abbandono.
Al centro del romanzo, la risoluzione di un mistero legato a due laghi, la sparizione di un bambino e la morte di una donna, i quali si intrecciano con la vicenda personale dell’assistente dell’avvocato, il giovane Eric.
Di lui la protagonista Chiara si innamora, attratta ed insieme impaurita dalle ombre del suo passato.
Per dipanare le matasse di prove e sospetti, centrali si rivelano gli indizi forniti da miti, letteratura e leggende connessi ai laghi, decodificati da un gruppo di studentesse universitarie del Wellesley College.
La biblioteca assurge così a labirinto conoscitivo e rivelazione della magia connaturata alla realtà, in cui gli emblemi e gli archetipi diventano la pista d’indagine più affidabile, mentre il profumo dei boschi e di un crescente mistero si imprime vibrante nella densa leggerezza delle pagine.

ISBN‎ 978-8832216059 – 278 pagine

Edizione cartacea


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Alessandra Gobbi

Alessandra Gobbi nasce a Milano. Laureata in Lettere Classiche e da sempre appassionata di scrittura, trascorre la sua giovinezza tra Rimini e Bologna. Compie percorsi di studio e docenza in Inghilterra, Germania e Stati Uniti.
Si dedica all’insegnamento di Lettere e inglese nelle scuole Medie e Superiori, dove anima anche laboratori teatrali.
Per diletto suona il violoncello e ama immergersi nella natura e nell’arte.

Per Alessandra ci sono momenti nella vita in cui dobbiamo capire che il nostro passato è esattamente quello che è e non possiamo cambiarlo.
Ma possiamo cambiare la storia che ci raccontiamo sul passato e in questo modo possiamo cambiare il futuro.

Leggi un estratto del libro “Il Granchio e la Farfalla”

Dal capitolo: Mio padre e il mare

Il Quincy Market, sul porto, offriva specialità culinarie dal mondo e mi immersi per un’ora in quei profumi vari e diversamente inebrianti, finché non mi fermai a prendere pollo fritto, divorandolo come era il mio solito. Non avrei mai imparato a nutrirmi senza voracità, pensavo facendo autocritica sconsolata, mentre dilaniavo letteralmente quelle carni innocenti. Non riuscivo a capire se si trattasse del mio desiderio di liquidare in poco tempo il pasto, quando lo consumavo da sola, quasi si trattasse di un obbligo fisiologico un po’ ingombrante da assolvere, che mi portava nel mondo dei bisogni di animalità, necessari e incoercibili, e che pure volevo passassero il più possibile inosservati e finissero subito.
La mia ossessione di coltivare la spiritualità andava così innanzi? Eppure avevo sempre amato fare sport e, nonostante non apprezzassi le mie caratteristiche fisiche – seni troppo piccoli, capelli troppo sottili, cosce troppo pronunciate – non potevo dichiarare di disprezzare il mio corpo. Eppure su questo modo forsennato e noncurante di nutrirmi avrei dovuto un giorno soffermarmi per capire cosa non andasse, ché qualcosa di sbagliato nel mio rapporto col cibo indubbiamente emergeva, durante i miei pranzi solitari. Quando mi trovavo in compagnia, tutto mutava, e allora assaporare, condividere, commentare sapori diventava una forma di legame sociale raffinato e sensuale.
Mentre finivo di mangiare mi chiesi come avrei potuto proporre la gita al lago ad Eric, senza correre il rischio di apparire invadente o interessata alla sua persona. Del resto, ero attratta soprattutto dall’idea di avere un nuovo amico coetaneo più che un ragazzo con cui flirtare, anche se il suo fascino era indubbio: occhi neri intensissimi, capelli corvini folti e mossi, mascella prominente e corporatura imponente, tanto da sfiorare il nerboruto, nella mia percezione ben più un dono di natura che non un risultato da palestra. Certamente era un tipo sportivo, ma più per frequenti corse, magari con un cane e tra i boschi, piuttosto che per allenamenti in un luogo chiuso. Il fatto che fosse non troppo alto e che le sue labbra carnose apparissero quasi femminee ne stemperava la mascolinità, altrimenti al limite del provocatorio. L’onda che disegnava il suo volto di tre quarti, dalle tempie al mento, era sinuosa al punto da sembrare fluida e il naso, leggermente arcuato ma che non riusciva a dirsi aquilino, lo collocava a metà tra il maschio e l’efebo. Pensando a lui, mi resi conto di esserne attratta fisicamente in modo insopprimibile, impensabile poche sere prima. La conoscenza e l’imbarazzo iniziali avevano fatto calare una nebbia, un filtro pulviscolare invisibile frapposto alle sue fattezze, che però il mio cervello aveva fotografato e mi riproponeva con nettezza calligrafica. Eppure il ricordo, come dice il buon Leopardi, dovrebbe essere indefinito per sua stessa natura. Mi stupii di me stessa: dovevo essere nel bel mezzo di una tempesta ormonale e ridacchiai di me ad alta voce.
Intanto la mia mente riprendeva il possesso dell’intera faccenda e cominciavo a destrutturare i miei impulsi etichettandoli come irragionevoli. Come se esistessero impulsi ragionevoli…
Mi dicevo che un tipo così non avrebbe mai potuto interessarsi a me, e ciò mi faceva sentire tranquilla. Di fatto mi percepivo come la secchiona dall’aspetto insignificante che può essere amica del più bello della scuola rassicurata dalla certezza di non poter ambire ad altro, potendo piacere a lui solo per ragioni culturali. A lei lusinga la compagnia di un ragazzo piacente, certa che il piano dell’amicizia non andrà mai a sostituirsi con quello sentimentale. Nessuna ragazza attraente con mire verso il “bellone” si sognerà mai d’essere gelosa della secchiona, che così potrà coltivare indisturbata la sua amicizia per lunghissimi anni.
Mi sentivo così e, allo stesso tempo, volevo proprio sentirmi così, perché ne ero rassicurata. Da tempo avevo paura dell’amore: smascherava i miei limiti e le mie debolezze. Da almeno tre anni avevo compiuto la scelta di rimanere single e la mia vita, da allora, si era fatta più interessante: viaggi, opportunità lavorative, amicizie disinteressate. Un mondo in cui soffrivo di meno, anche se sentivo meno passione. Quella passione l’avevo riversata interamente sulla natura, quasi trasferita su di essa come verso un’entità consolatrice da cui non avrei ricevuto ferite ma solo fluidi lenitivi o sferzate vitalizzanti. Il mio nella natura era un rifugio e mi ero prefissata un obiettivo: trasformare i veleni di collera, avidità e stupidità – che a volte invadevano la mia vita – in medicina, ossia in saggezza e in corretta percezione dei fenomeni. Mi ripetevo: «soffri per ciò di cui c’è da soffrire e gioisci per ciò di cui c’è da gioire, e considera entrambi come fatti della vita», come diceva il maestro buddista che avevo nel cuore, Nichiren Daishonin. Non potrò mai ringraziare abbastanza mia madre per avermelo fatto scoprire.
A volte, però, mi sembrava di trasformare il veleno non in medicina, bensì in acqua. Mi sforzavo cioè di mantenere una vigilanza interiore e una determinazione all’automiglioramento che mi consentissero di non cadere in sentieri troppo oscuri ma evitavo di trasformare le mie tendenze negative fino in fondo, di guardarle negli occhi, di cambiare radicalmente pensiero, forse perché avevo paura di essere felice, frenata dalla mole degli sforzi da compiere per illuminare quella parte di me ancora avvolta nell’oscurità. Quei lati irrisolti ostacolavano il raggiungimento del mio equilibrio, ma io mi limitavo a tenerli a bada, a renderli innocui, inoffensivi, perché scorressero su di me senza ferirmi, come l’acqua, appunto. L’acqua tuttavia non cura le ferite: si limita a pulirle un poco, se è fredda forse anestetizza il dolore ma non è risolutiva nel placarlo.
Con questi pensieri mi ero portata sul pontile del porto, a guardare il mare e ad ammirare l’imponenza del faro.
Scattai qualche fotografia alla torre della Custom House e volli addentrarmi tra i grattacieli, nel quartiere finanziario. Immaginai di perdermi in quella grande città; nulla di più facile, in fondo. Mi sentivo sola in mezzo al mondo. Mi resi conto, ad un tratto, che non avevo concordato un luogo di incontro con Brian. Probabilmente riteneva scontato che sarebbe stato lì dove mi aveva lasciata, perché aveva solo detto che ci saremmo rivisti intorno alle quattro. Fui tuttavia assalita da un po’ di preoccupazione.
Mi andai a sedere nuovamente sulla panchina prospiciente il porto, in riva al mare.
Dopo una decina di minuti cominciò a piovere. Fossi stata in una grande città italiana, sarebbero spuntati a mo’ di funghi almeno un paio di venditori ambulanti, provvisti di ombrellini a bassissimo costo da propormi. Mi guardai attorno ma non ne trovai, perciò decisi di spostarmi in un luogo più riparato.
Camminare sotto la pioggia non mi infastidiva. Ricordai mio padre che mi spronava sempre a non sfidarla correndo, perché affrettando il passo si incrociano più gocce; al contrario, mantenendo un’andatura naturale è più facile inserirsi tra una goccia e l’altra, all’asciutto. Ho sempre trovato questa teoria incredibilmente poetica e persuasiva, ed anche ironica e pazza.
Cercavo così di camminare con disinvoltura britannica e sorridevo pensando ad un mio professore londinese, conosciuto durante un soggiorno come studentessa Erasmus a New Castle upon Tyne. Una volta, all’uscita dell’Università, si accingeva a raggiungere la sua casa in bicicletta, sotto una pioggerella fitta e insistente, ma non rovinosa. Lo incrociai mentre stava salendo sul biciclo, mentre io stessa mi allontanavo verso casa, con il mio ombrello voluminoso già aperto. Gli chiesi: «E adesso? Come farà?»
Gli italiani, anche i più accorti e diplomatici, a meno che non impongano a sé stessi un comportamento più flemmatico, il che avviene normalmente dopo frequentazioni con genti nordiche, si sorprendono sempre allarmati dalla pioggia. Ebbene sì: sorpresa e allarme.
Sorpresa: infatti l’italiano ottimista raramente esce con l’ombrello e non è abituato a guardare a scopo preventivo le previsioni del tempo. Se anche è immaginabile che pioverà, poi scaramanticamente non porterà ugualmente l’ombrello, per stornare quell’ipotesi.
Allarme: la pioggia arruffa la piega dei capelli, il che cozza con l’indole estetizzante italiana; rovina il trucco alle signore e macchia improvvidamente le scarpe di cuoio dei signori, il che ancora una volta è poco chic. A questa caterva di sovrastrutture mentali oppongo senza commentarla la risposta laconica del mio professore, esemplare dell’aplomb britannico: “I’ll get wet”, “Mi bagnerò”.
Mi stavo bagnando e notavo come in quel luogo non esistessero portici né banali cornicioni. Prevalevano modernissimi grattacieli, linee essenziali. Poi, voltandomi indietro, mi accorsi che in realtà una struttura circolare porticata con faro centrale si trovava proprio poco lontano alla panchina che mi aveva ospitato, con una splendida vista sul mare. Mi sentii la donna del faro e attesi lì. Ormai Brian non avrebbe tardato molto.
Sedutami, mi appisolai presto sui gradini: dovevo sembrare quasi una randagia quando, addormentata e con la testa a penzoloni, sentii sollevarmi il capo da una mano calda e larga.
«Non ci conviene più lasciarti sola in città» rideva Brian, ma la mano era quella di Eric. Avvampai per l’imbarazzo e sul momento risposi addirittura in italiano, velocemente e goffamente. Non avevo avuto tempo di resettare il mio software linguistico in inglese e così bofonchiai:
«Oh, mamma mia, mi dispiace. Come ho fatto ad addormentarmi qui?»
I due scoppiarono in una risata fragorosa: stavano associando la mia esclamazione al “Mamma mia”, che per loro era il nome di un simpatico ristorantino italiano. Insomma, mancava che cominciassi a suonare il mandolino e a sventolare qualche pizza: allora la scena sarebbe stata perfetta.
Eric si guardò intorno, come a controllare di non essere osservato da occhi indiscreti, poi con ritrovata dolcezza disse:
«Vedo che sei innamorata dei fari, come me».
I suoi occhi neri mi parvero finalmente avere un guizzo di luce: un viso che faceva pensare al sale, al vento, al sole, a donne straniere, alla solitudine.
«Torniamo all’auto» sentenziò Brian in modo definitivo, indirizzato ad entrambi.
«Certo» risposi io, formulando nel frattempo mille scuse, e dopo un attimo mi ricomposi. «Come è andato il vostro incontro di lavoro?» chiesi.
A quella domanda, scorsi una nube plumbea attraversare il volto di Eric, il quale misteriosamente tacque: in lui sembravano convivere un’anima solare ed una palude stigia di emozioni, fatte di acqua buia dove tutto si macera, si decompone; liquido apparentemente immobile che però nasconde un mondo segreto di infiniti turbinii, fremiti, sussurri. Acqua inquietante.
Seguì un silenzio agghiacciante, dopodiché Brian affermò, secco e tagliente nel tono:
«Male. L’affidamento di Diamond ci sta creando problemi. Eric dovrà partire a breve per raggiungere Thérèse e convincerla a presenziare al processo. Corriamo sulla lama di un rasoio e c’è in gioco tutto».
La tensione di Brian si avvertiva, spessa e pesante nell’aria, come se d’improvviso un ronzio d’insetti si stesse addensando su quella giornata afosa e carica di umidità, che non voleva risolversi in una definitiva e rigenerante pioggia. L’aria greve era in sintonia con le sue mascelle serrate, come se il capofamiglia concentrasse in quel modo una forza interiore a tratti disperata ma anche fieramente determinata.
«Diana accampa richieste inaccettabili» specificò, poi aggiunse, con ritrovata calma: «Il parere di Thérèse sarà decisivo, non ho dubbi, e lei si esprimerà a favore dell’affidamento di Diamond a nonno e zio».
A quanto pare, ad Eric si prospettava un compito cruciale ma non riuscivo a comprendere perché ne fosse così profondamente turbato. O tale appariva soltanto a me? In fondo, un avvocato deve essere pronto a convocare le parti, a persuadere, a negoziare, facendo uso alternativamente di diplomazia e brutalità. Questa lucidità sembrava mancare ad Eric, per un qualche motivo che avvertivo non dovesse dipendere dalla sua professionalità ma da un logorio interiore, da un eccessivo coinvolgimento emotivo in quella vicenda.

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